Per noi

PRENDIAMOCI CURA DELLA NOSTRA REGIONE

Questo programma è fatto d’idee nate dall’osservazione quotidiana della nostra Regione. Ciò che abbiamo costruito fino a oggi, in termini di welfare e di politiche sociali non basta più per affrontare le difficoltà dei nostri giorni. Occorre fare uno sforzo maggiore e affrontare con più tenacia le sfide che abbiamo davanti, anticipando i problemi, nella ricerca di soluzioni che aiutino a migliorare la vita dei cittadini.

Rilancio del welfare. L’Emilia -Romagna possiede molti punti di eccellenza e non c’è dubbio che il buon governo sul nostro territorio abbia prodotto negli anni passati servizi qualificati e un welfare che ha smentito la leggenda del “prezzo da pagare per raggiungere l’efficienza” (essendo il prezzo una sempre crescente, quanto inevitabile disuguaglianza). La politica dei servizi e del welfare nella nostra regione è stata realizzata certamente stando alla guida degli enti locali ma anche attraverso il protagonismo sociale. L’auto-organizzazione e il saper fare dal basso, il rifiuto di logiche assistenziali hanno prodotto una società robusta e insieme autonoma, che interagisce ma non è dipendente dalla politica. L’economista Stefano Zamagni ha detto che gli emiliano -romagnoli “bevono la cultura della sussidiarietà insieme al latte materno”. E’ verissimo, perchè è un welfare che va continuamente rinnovato e reso efficiente, perché è un modello compatibile, possibile e utile.

E bisogna farlo, bisogna rinnovarlo. Perché la nostra regione, essendo stata capace di sperimentare questa combinazione di sviluppo e coesione sociale, può tornare ad aiutare l’intero paese nei complessi processi d’innovazione e profonda trasformazione che sta affrontando. Processi che rischiano di minare lo spirito comunitario e di identità, aprendo lo scenario della precarietà e delle nuove povertà.

Noi siamo quelli della “Casa dei risvegli”: una società civile che ha saputo trovare il dialogo tra associazionismo, cooperazione ed istituzioni, il valore della coprogettazione. Ma sono tante le eccellenze figlie di questa regione ricca di uno straordinario tessuto formato dall’associazionismo e dal mondo delle cooperative. A noi sembra tutto normale ma non lo è lontano da qui. Provate solo a vederle dal di fuori, da un ambito nazionale che pure frequento tra l’ “Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità” presso il Ministero Poltiche Sociali al “Tavolo sugli Stati vegetativi e di Minima Coscienza” al Ministero della Salute. Rendono bene la straordinarietà dell’Emilia Romagna per la qualità dei servizi, l’integrazione tra gli interventi socio-assistenziali e sanitari, la personalizzazione dell’offerta, con le politiche di protezione sociale fra le più avanzate. Accanto all’efficacia delle prestazioni che riguardano la salute, l’accoglienza e la formazione, è presente una rete di servizi che riguardano l’assistenza domiciliare, gli assegni di cura, le case protette e le residenze sanitarie assistenziali. Il nostro servizio sanitario si contraddistingue per gli alti livelli d’innovazione e specializzazione: qui è nato il 118 adottato a livello nazionale, e il Cup, qui si svolge un’intensa attività di prevenzione per diverse patologie gravi.

In questa regione welfare significa anche volontariato, promozione sportiva, sviluppo del territorio visto come espressione della capacità di autoorganizzazione della società civile, per cui viene favorito, sostenuto e sviluppato sia con progetti e azioni mirate, sia grazie ad una legislazione in materia.

Dobbiamo dunque rilanciare il welfare come sussidiarietà orizzontale, un welfare sociale attivo con il servizio pubblico che sappia coniugare il supporto economico/progettuale.

Dobbiamo mettere a fuoco e riordinare la rete ospedaliera dell’area metropolitana di Bologna, in stretta correlazione con l’offerta dei servizi territoriali, integrata con i servizi di assistenza primaria come le Case della Salute.

Dobbiamo saper comunicare ai cittadini il processo di cambiamento che c’è nella rete ospedaliera ridefinendo il ruolo svolto da ogni singolo ospedale e la sua specificità.

Siamo chiamati a tutelare il “Fondo per la non autosufficienza” sapendo che non può dare risposte a tutti e che se la sua offerta è rivolta a 1 persona su 4, siamo consapevoli che gli altri 3 sono assistiti da familiari, una straordinaria risorsa. La domanda è: Come far sì che un familiare si prenda cura in casa di una persona fragile ed il servizio pubblico si faccia cura dell’assistenza? E’ questa la grande sfida del prossimo futuro.  Sulla quale voglio fortemente impegnarmi perché le competenze dei caregivers siano riconosciute nel loro apporto quotidiano.

Esiste già la “legge sui caregivers e gli assistenti familiari” che sono riconosciuti istituzionalmente e integrati nelle politiche per la salute e il benessere. Ma dobbiamo fare ancora di più, in un percorso che vede l’alleanza terapeutica tra operatori professionali sanitari, non sanitari, caregivers e il mondo del volontariato.

Abbiamo risorse finanziarie insufficienti ma molte disponibilità in campo sociale, culturale, partecipativo, che vanno orientate verso obiettivi condivisi. Un grande capitale sociale che andrebbe adeguatamente valorizzato e formato.

Dobbiamo pensare alla conquista di autonomia da parte delle persone fragili, siano esse anziane che giovani, tenendo conto delle differenze di ambiti familiari e delle diverse esigenze dei nuclei che si occupano di loro. Quando parliamo di autonomia ci sono temi di confine sui quali non dobbiamo aver paura di intervenire. Penso all’assistenza sessuale di cui tanto si parla e che ha molti gruppi impegnati su questo versante e che rappresenta un bisogno sul quale discutere e intervenire.

Inoltre bisogna riconnettere le politiche della casa con le politiche sociali: condomini solidali, edilizia sociale a canone concordato o calmierato, politiche di social housing per coloro che non possono accedere né all’edilizia residenziale pubblica, né al mercato. Alleanze fra diverse categorie di persone (giovani, fragili, presone svantaggiate, non autosufficienti) fondate sullo scambio di risorse.

Nuove politiche riformiste. Bisogna superare le difficoltà che accusa la sinistra di misurarsi fino in fondo con le trasformazioni del mondo del lavoro, le nuove sfide dei mercati aperti e la modernizzazione del paese. Una politica riformista sa interpretare la domanda, ne sa leggere i mutamenti e sa studiare strategie convincenti. Come lo sviluppo dell’economia e la formazione continua. Certo, una politica riformista ha bisogno della leva del governo per fare le riforme, ma ha altrettanto bisogno di farle vivere nella società.

Ci vuole un orizzonte di misure che metta a disposizione strumenti e risorse affinché ogni singola persona torni a essere in grado di poter scommettere su di se.

Formazione, qualità, conoscenza, sostenibilità, coesione e trasparenza: voglio continuare a scommettere su questi grandi temi e trasformarli in dettati legislativi.

La nostra regione continua a manifestare una certa vitalità imprenditoriale, ma sconta ancora un’eccessiva frammentazione delle politiche di sostegno alle piccole realtà cooperative, associative, imprenditoriali. Occorre puntare su investimenti nella ricerca e nell’innovazione; nell’internazionalizzazione da un lato e nella formazione dall’altro per garantire figure professionali sempre più qualificate che trasferiscano i nuovi saperi nei processi produttivi.

La rete culturale. La ricchezza della tradizione culturale nella nostra regione è ampiamente riconosciuta. Vede i suoi punti di forza nella rete museale e in quella dei teatri stabili di prosa e dei teatri lirici, nelle compagnie di ricerca teatrale apprezzate anche all’estero, ma anche nelle realtà teatrali che sfociano nel sociale e rappresentano un’eccellenza a livello nazionale sul versante del welfare culturale. E ancora, troviamo nel territorio festival, orchestre, compagnie di danza, teatro dialettale e amatoriale, teatro di figura burattini e marionette. Sul versante cinematografico, l’Emilia-Romagna, che ha dato i natali a tanti grandi maestri, vede nella Fondazione Cineteca di Bologna un’istituzione riconosciuta a livello internazionale. Altro ancora si potrebbe aggiungere.

Dobbiamo essere in grado di sviluppare e valorizzare questo sistema, che rappresenta anche uno straordinario potenziale sul versante dell’occupazione, del turismo, dell’economia del territorio. La regione, anche alla luce della recente riforma del Fus (Fondo Unico per lo Spettacolo), può giocare un ruolo importante, in Europa, per la cultura.

Progettare in Europa. La nostra regione è già Europa, le politiche di questi anni per costruire un rapporto più stretto fra istituzioni e cittadini con il Patto per la qualità e lo sviluppo, hanno prodotto buoni risultati, ma bisogna fare uno sforzo in più. Dobbiamo garantire maggiori competenze, formare sul campo associazioni e imprenditori affinché facciano uso degli strumenti europei e siano in grado di presentare progetti e cercare finanziamenti. Bisogna stimolare competenze che non solo siano di sostegno alla governance regionale, ma che aiutino a costruire una governance territoriale in cui ogni attore contribuisca a proiettare i sistemi locali in un ambito europeo per rimanere all’avanguardia in europa nel saper creare sistemi di relazioni e stretti rapporti fra territorio, economia e società.