
Oggi è San Petronio, ma per me è anche un altro giorno: il giorno in cui, nel 1981, nacque Luca. Oggi avrebbe avuto quarantaquattro anni. E sono già ventisette che non c’è più.
Oggi, in qualche modo, è una festa di non compleanno. Perché quelli che stanno dall’altra parte ci sono ancora, ma non li si festeggia insieme. E mi scuseranno quelli che invece lo fanno, quelli che accendono una candelina o sollevano un bicchiere, mentre io mi limito a ricordare.
Mi sono accorto di aver appena scritto un post per la “Giornata dei Risvegli”, che comincerà lunedì. Ma non potevo non scrivere anche questo, che appartiene a un’altra memoria, a un’altra intimità. Le giornate, in questo periodo, sono sempre piene, ma poi arriva la sera. Ed è nel silenzio della sera che riaffiorano i pensieri, quelli che non riesci mai a mettere davvero a tacere. Sono i pensieri di un padre che continua a parlare al figlio perduto.
Mi chiedo se si possa ancora parlare della perdita di un figlio senza scivolare nella retorica. Mi chiedo se sia possibile sentire la mancanza, a ventisette anni di distanza, con la stessa intensità di allora. Io credo di sì. Durante il giorno la vita ti distrae, ti riempie di gesti, di volti, di doveri. Ma quando arriva la notte, il dolore si sdraia accanto a te. Non fa rumore, ma occupa tutto lo spazio dalla tua parte del letto.
Chiudo gli occhi e Luca ritorna. Rivedo il suo sorriso, la sua ironia. Era il modo con cui ci difendevamo dalla paura, da quella malattia che ci era sembrata un gioco crudele. Fingevamo che tutto fosse normale, e forse l’amore è anche questo: resistere all’evidenza, per proteggersi a vicenda.
Tutti parlano del dolore dei genitori, ma io penso spesso a ciò che Luca non ha vissuto. Alla vita che non ha avuto il tempo di abbracciare. Agli anni che non sono arrivati, ai sogni interrotti, ai desideri mai realizzati, agli amori solo immaginati. Penso a un’esistenza spezzata prima di potersi compiere davvero.
C’è la “Giornata dei Risvegli” che inizia lunedi, c’è la “Casa dei Risvegli” che porta il suo nome, un’opera straordinaria che accoglie e accompagna chi ne ha bisogno. Ne siamo orgogliosi: è un modo per far vivere ancora Luca, per dare un senso a ciò che sembrava non averne più. Ma non colma il vuoto. Non cancella quel pensiero che torna, insistente, come un nodo in gola: che a Luca è stato tolto tutto. E che nulla, nemmeno il bene che ne è nato, potrà mai risarcirlo davvero.
La sera, prima di dormire, nel buio che ognuno riempie a modo suo di ricordi, desideri o paure, io sento tutto questo. È allora che comincio a farlo rivivere, a ripensarlo, ad abbracciarlo con la memoria. Credo che chi ha vissuto un’esperienza come la mia faccia la stessa cosa.
Per lui. Sempre con lui.